TURIN POETIKA 2018 – Palazzo CAPRIS

Siamo onorati di essere ospitati dal bellissimo e prestigioso Palazzo Capris e dalla Fondazione dell’Avvocatura Torinese FULVIO CROCE per un evento cittadino di festa e cultura.

Venue: Via Santa Maria, 1 – Torino. H. 16

INVITO a tutti gli amanti della cultura e della poesia: aperto al pubblico.

MONFERRATO SCRIVE è LIBERO: “Round Table Arcobaleno”

I Giovani o (comunque) aspiranti scrittori o artisti che si vogliano iscrivere ai Tavoli “Arcobaleno” sia di poesia che di prosa o altro genere (musica, fotografia, arti figurative) possono parteciparvi nelle giornate del 19 e 20 liberamente previa iscrizione:

  1. Versando il contributo organizzativo di € 20;
  2. Specificando nella causale la tipologia di intervento proposto;
  3. Scrivendo mail di iscrizione al tavolo con allegato l’opera/le opere proposta/e o d’esempio del proprio percorso creativo

MANIFESTO, STORIA, FUTURO

MANIFESTO, STORIA, FUTURO

“Monferrato scrive” è la versione “beta” di una visione. La visione di poeti, scrittori e artisti che guardando al futuro hanno raccolto l’esperienza del passato che, a sua volta, è nata dalla memoria.

La condivisione delle loro esperienze letterarie è spontaneamente sorta nel Cenacolo Letterario che ogni anno si teneva nella Soul’s House, la casa dei 30mila libri. Attorno ad un camino, con un calice e un piatto di agnolotti, aveva luogo la memoria.  Il tra-passato.

La partecipazione via via maggiore ha dato vita all’Associazione Soul’s House con l’obiettivo di diffondere quanto più cultura, poesia, arte.

E nella visione del futuro, “Monferrato Scrive” sarà più grande, bello, consapevole e partecipato.

Come nel passato, oggi e nel futuro “Monferrato Scrive” richiede la partecipazione attiva di tutti. Così Soul’s House che propone il suo manifesto.

MANIFESTO

E’ anche la Casa di chi ci giocava da bambino…

 

Claudio’ s Soul

  1. La valle, magna Limpia, montagnola, il castello.

Certe mattine lasciavamo gli sbuffi e i latrati dei cani e giù da dietro la baracca scendevamo di corsa lo sterrato allagato di sabbia con le lucertole catturate a tormentarsi nel barattoli di vetro. Ancora a sinistra sporgevano le vigne gocciolanti dopo la pioggia, mentre a destra in basso potevamo tagliare le vigne prima del vignotto del Barba Carlu. Il dolce fragola sulle labbra di qualche pergolato prima del sole ci lasciava la sensazione di bagnato e il profumo delle foglie larghe. Si traversava un lungo e ripido bosco stretto di foglie. Claudio arrivava al prato sempre prima di me, senza corsa. Come sempre succede quando sei sparato con convinzione nel tempo che vivi a causa di una serie di coincidenze, non ti rendi conto del colore vivo di quello che realizzi crescendo. A volte Parigi lo trovavamo davanti mezzora di cammino in qualche valle, lui che libero cacciava con la sua intelligenza.

Eravamo quasi coetanei, sei mesi più di me e di Claudio, che aveva sei giorni più di me, allora. Non lo vedo da tanto e mi dicono sia restato quello di quasi trenta anni fa, biondo col caschetto e la voce angelica. Ma allora scendevamo con decisione fino alla strada al fondo valle, che collegava valli e vallette dei nostri posti, sotto le Case in cima alle colline e a volte in cima della strada. Sono piccole colline di arenaria, d’aprile con l’acqua dei rii, sfaldate e piene d’acqua da cui riescono salici e conchiglie. Non hanno altezze maggiori dei novanta metri e su fondo prato siamo a cinquanta metri sotto il livello del mare. Onda radio o cellulare non arriva. Le stradine a fianco dei campi corrono lungo i tratti dei rii minori fiancheggiati da salici ospitali degli alveari. In genere sul lato nord il prato e poi la vigna acerba è protetta dall’ombra. Sugli altri lati il sole si svaga di più e si sente ancora dopo la pioggia col sole fresco che sia alza a sud e asciuga il breve versante delle uve a barbera affacciate verso l’est, a sinistra il profumo del mare a sessanta chilometri in linea di Savona (mio nonno diceva di vederlo nei giorni tersi dalla punta ora mozzata del Bricco – che ora è pineta di mio padre). Ora ricordo bene con semplicità quel vagare che invece era andare. Tutti i giorni Claudio era il capo e io mi toccavo con una incerta carezza i capelli che mia madre voleva lunghi, era un capo biondo più piccolo di me, deciso e più basso, io aspiravo al metro e novantacinque dato che a tredici anni ero già alto come adesso. Lui veniva da un quartiere popolare della grande città e suo padre Renzo era buono ma urlava sempre. I brai, il braiè, erano le parole che si staccavano dalle labbra dei miei nonni, per definire il fragore dei cani allevati per rotondare lo stipendio da tranviere nelle baracche dei suoi vecchi. Allora le aie erano un sogno per ragazzi, galline grandi e bianche e invece quelle nuove americane libere che ruzzavano a litigare coi gatti e i cani spersi dalle case dei vagabondi. Il padre di Renzo con la sua enorme ernia e la giacca blu del tempo, il mulo e il cravattino aveva seminato colombi che di nascosto mio nonno diradava col colpo secco del fucile coperto dalla fame annunziata dei cani. E allora scendevamo a scappare, dietro Claudio che fuggiva svelto svelto a cercare le strade nostre a misura, coi flauti fatti di canne con la sua maestria. Col coltellino si sgloggiava e scorzava spellando, punto la dura scorza verde; si sceglieva il segmento più lungo, una volta tagliata la canna nella parte centrale, verde rana. Restava la lenta breve pellicola di pelle interna tirata, che soffiata vibrava in suono. Poi lui mi aveva spinto ai coltelli, sempre più giovane ma con la grinta di chi viveva ai bordi di Pozzo strada e il Ruffini. Me timido non a usarli ma a prenderli per la punta e farli girare, in alto a percorrere, saltando quel breve spazio segreto, l’aria e piantarsi con decisione nel noce sacrificato o nel palo di sostegno che allora reggevano le discese esterne delle vigne-fino al prato.

La strada sterrata a lato dei campi che si alternavano a granoturco patate o grano, a macchia  la meliga dolce per i conigli, era fitta d’erba. Camminare su quei tratti a lato dei campi in ombra e sole,  a lato del rio e sotto i salici ancora nella frescura,  era l’andare verso la valle centrale che partiva dalla piana del Tani di Annone e i trattori a testata calda tiravano fin sotto Montaldo ai piedi di Montegrosso. Per puntare a Val Romaldo si prendeva decisa la destra e più o meno si prevedeva di raggiungere i nonni da qualche parte o tornare trafelati a mezzogiorno. Da qualche anno è stato un affare per i pochi muratori restati – via via-  far sparire i mattoni misti di terra, ma in quel momento ci dirigevamo verso le mezze coste, dove finalmente le famiglie coraggiose si erano fatte le case  in alto,   con sotto la vigna stretta che si comprava come la terra delle due stanze con stalla, senza la vista della collina.  Poi certo sono state disabitate una notte, per l’alto delle colline in fortunati matrimoni. Solo per non morire nella nebbia. Ma allora erano antri illuminati a giorno dal sole che dirompe e filtra dalle porte assenti. La scala ballava ma restava, noi salivamo attenti. Il brivido cadeva, più che correre,  lungo la schiena, la paura di un randagio cane. Ecco poi le meraviglie delle stanze da letto arredate e lasciate,  da cent’anni o poco meno. Rubavamo tutti i ritratti delle pareti, gelosi li mischiavamo con quelli dei nonni nei cassetti. Ancora oggi li inquadro. E mi piace perché ci do’ vita. Chi saranno stati questi poveri abbandonati dalla fuga dalla mezza collina? Qui erano quasi tutti siciliani o veneti a fine settecento quando andavano in pensione i mercenari del Re, che ci aveva la riserva di caccia nel vescovato, al confine con le pretese di Milano. Avevano una vite da piantare, un piccolo pezzo di terra. Lo dicono i cognomi una buona metà. Non era che mi costringesse, la sua parlata secca, ma mi piaceva giocare con la terra, a volte la si mangiava:  la paciocca (pacécca), a imitare sua madre in cucina. Si chiamava come la mia, si rubava in casa lui il sale dai nonni, io le cose più pregiate come i pezzi di carne, mentre le mie cugine rubavano carote e patate, Quando eravamo sul ponte di comando della nave immaginaria sul retro della casa e sotto il bricco, avevamo in costruzione una casa di legni e canne. E sotto le donne cucinavano, noi guidavamo con le armi, a fianco dei cessi di canne fatti di un barilone in cui cascavano ogni tanto, a urlare di recuperarci, tirarci su e buttarci sotto la basela d’eua.  Mia madre mi contava di sua madre che correva quando era piccolina, mio nonno non aveva i coraggio di recuperala. Ma nel settantadue arrivò l’acqua potabile,  che  avevamo già passato gli undici  anni. Pian piano lasciammo di usare il grande pozzo sorgente con la sua catena infinita di ferro e il peso del secchio in zinco che a fatica scarrucolavo nei sui venti metri di profondità. Piantavo i piedi contro il pozzo e aspettavo sotto le mani l’acqua di fanghiglia, a segno dell’arrivo della fresca acqua pesante.  Era terribile poi la crudele, ma distaccata, caccia delle lucertole coi lacci della erba filina, per scoprire che si dilaniavano chiuse senza ossigeno. Pezzi di pezzi. Quelle scopette erano un colpo in quegli anni di colori forti, lontani dalla città in pause dal tempo duro dei giorni della Crocetta per me. Altra crudeltà inferta era la caccia alle grandi farfalle, dai colori assurdi e bianchi e bruni, nell’attesa di quelle rosse o nere cogli occhi orribili di nero dipinti  sulle ali – le facevamo in album, che si sfogliano e fatti in polvere perdevamo presto.

La caccia poi ad imitare i nostri padri, che partivano presto, le cartuccere e l’odore acre della polvere esplosa e bruciata al ritorno, la sensazione di caldo delle cacciatore. Sul retro i fagiani o i tordi caldi.  A volte arrivavano i cani segugi, anche Lea o Flock in festa, con al centro la regina, la lepre presa da rapida morte calda. Avevamo io e Claudio, insieme, sviluppato una tecnica originale di fare i cartocci da sparare con la cerbottana, inizialmente di canna. Con la carta più dura a volte si abbandonava il giornale, che usavamo a fumare le foglie, secche cadute, sbriciolate, di nocciola. E allora la si arrotolava e incollava per renderla più rigida e si infilava prima un lungo ago leggero e poi coi tempi un lungo chiodo sottile. E poi la si assicurava con altro cartoccio che si infilava a tappo e rinforzo. Claudio trovava lunghe canne da ritagli di acciaio di suo padre e munite di mirino.  Quelle diventavano fucili micidiali per cacciare le galline. Il soffio era secco e reciso, il proiettile si alzava e lucidava l’aria nel silenzio,  a intercettare ogni cosa che vivesse allora. In quei giorni le valli erano piene di voci e migliaia di gente urlava da collina a collina, vigna a vigna in un arcobaleno di suoni a mezzaluna fra le erbe. Tutti e i nonni erano al lavoro e noi passavamo inosservati, a  riposarci sdraiati nel fieno falciato o nascosti nella meliga. Gli occhi fermi su un cielo chiaro e trasparente azzurro.  A trovare qualcheduno degli  amici , sudato,  da giocare di nascosto se lavorava. Due poi sono morti giovani, uno non mi saluta ora dalla timidezza. Un altro e allegro, altri assenti (o senz’occhi chissà) . La meraviglia era il mistero dei girasoli giganti metri e metri o dei granoturchi che pendevano nell’estate con le barbe con cui facevamo le sigarette dei nostri padri. I nonni non fumavano mai, il mio era più intelligente di tutti. Insomma quel giorno andavamo veloci verso la via e al ritorno da queste missioni aspettavamo il pomeriggio della Montagnola dove i più grandi presidiavano la tolda della nave a guardare il paese da un luogo segreto e secondario. Lì arrivano ora ancora tunnel pericolosi sotto la collinetta e le ragazze che ci facevano effetto. Noi eravamo piccoli, ma là sulla montagnola poteva succedere un assalto, un fuoco. Comunque la mattina passavamo nelle porte aperte, che le donne anziane o poi giovani lasciavano per noi: al centro tavola un dolce, o la porta della dispensa aperta. La sete allora era la regina che spinge  per noi. La bottiglia di vetro bianco e il tappo legato, fresca nell’angolo degli acquai di cucine buie che raggiungevamo senza nessuno, nelle case degli altri sempre aperte. A volte entravamo in qualche porta a cercare non si sapeva bene quale zia di una zia, quali parentele, in quegli anni che ricordo sospesi. E seduti a mangiare la torta ascoltavamo le gesta del nipote musicista, del figlio bravo che lavorava alla Fiat di una altra città, in quegli anni di cera che ricordo ancora.

Ero ancora frastornato dall’idea del sole a picco delle due,  che Claudio era già in casa. Poi eravamo in tre spesso, con Parigi. Solo nel pomeriggio tardi si aggiungeva il fratellino Roberto e le mie cugine, i cugini di cima della strada anche. La magna Limpia era un momento centrale delle nostre esplorazioni. Acqua fresca ma soprattutto l’ombra fresca. Lo seguivo spesso in silenzio, in fondo aveva il primato in campagna che era più sua che mia, più vero campagnolo di me. Io per me il primato lo avevo nella città dove ero più cittadino e infatti non ci vedevamo mai vicino casa sua. Suo padre parlava in italiano e aveva una squisita gentilezza, garbo, ma solo coi grandi, con mio padre, a Torino. Il suo no mi ricordo.  Ecco io un po’ l’italiano non lo volevo parlare, un po’ mi vergognavo del dialetto, che capisco naturalmente.

La Zia Olimpia mica sapevo chi era, solo che lui la chiamava ‘Magna’, con una parlata più alessandrina, perché lui lo parlava il dialetto, ma con l’accento largo di Torino. Io stringevo le labbra, a nascondere la parlata larga, mia madre aveva fatto la scuola di dizione dalla Contessa della Rocca, ora credo dei Calvi di Bergolo. Che ora ho conosciuto il marchese, solo qualche anno fa.

Magna Limpia (Olimpia) aveva i raccolti capelli, ma in uno schignon particolare, con una piccola corona, due trecce argento che calavano dietro al centro delle spalle. In quei tempi si passava davanti le case. Le donne sorridevano ai ragazzi biondi di otto anni, ma anche a me che non lo ero. Succedeva questo, che fra la porta e il breve spazio del giardino o dell’aia recintata, quelle più piccole, i visi delle donne per noi anziane (se avevano i capelli non bianchi per noi erano solo grandi) erano lì per intercettare il sole in quel punto che sarebbe andato a rinfrescarsi nell’ombra attraverso l’uscio di casa, coperto dalla tenda verde.

Le Mogne erano le zie di nostri fratelli in età e allora desideravamo l’acqua fresca del pozzo raccolta in tinozze di ghisa, raccolta dal vicino col pozzo sorgivo, nei pressi dei bricchi. Ora ricordo che la Magna Limpia era una zia, grande e bianca, cogli occhi tondi e le ciglia lunghe, ma il bricco non c’era o almeno ora non lo trovo più. Forse era chissà quale parente di Claudio, fra noi mica parlavamo di queste cose che erano belle ma stavano sopra di noi come aria del mattino. Ora che ci penso era un concetto, una via verso il fresco e la parola. Nel buio della sala seduti ad aspettare l’acqua eravamo entrati nel centro del mondo e i suoi segreti, che vedevamo fuori fra le fessure del silenzio. Olimpia, come la zia Carla, anche se apici secondari di parentele intuite per saputo dire erano ancorarsi al bene delle stesse radici delle viti che stavano annodate a unire quattro cantoni di un pezzo di paese che si dilatavano sospesi lassù in alto fra le valli verdi misteriose. Dai quattro cantoni della Corte dovevi ritornare verso la Gesa (Chiesa, il Centro)  per poi trovare altri legami, come la Faiola che costituiva un altro braccio da tenere forte anche se abitato da sconosciuti. Gente di fuori forse.

Ma erano i discorsi che ora vedo sospesi nel latte della mattina ad essere dei legami. Non percorrevamo racconti o strade, ma parole che aspettavamo. Cenni di sì erano allora i nostri respiri. Olimpia penso che diceva dei suoi nipoti, ci parlava della zia di nostra mamma. Per me o Claudio era la stessa cosa. L’acqua, il dolce, passavano le mezzore e tanto mica ci aspettavano, perché allora lavoravano e noi, noi, si, tanto eravamo da Limpia.

Un’altra cosa, diversa dal comando molto basso che avevamo nella tolda della Montagnola, era quando solo noi due, quando i grandi non erano lì a fumare o fare cose misteriose,  o le cose rosse che non sapevamo (forse Claudio sì, ma lui era grande), era che salivamo quasi di nascosto quando era disabitata, coi suoi tesori nascosti dai ragazzi più grandi. E lui però voleva arrischiarsi nei tunnel da cui lo tiravo via. Cogli anni – ora,  pedante,  lo ricordo agli amici che vengono- ho quasi imparato a spiegare che sono colline di arenaria di cui abitiamo le punte che chiamiamo bricchi, sotto i quali non so perché si formano dei piccoli grutin per mano dell’uomo ma che proseguono in sottili tondi tunnel in cui Claudio voleva arrischiarsi dandomi una sottile angoscia di colpa. Come mangiare quei meravigliosi secchielli di plastica, conditi di erba e fango bagnato.

La campagna è chiusa e fatta così. La separazione lacerata fra la città e gli anni fa il brutto scherzo di non trattenere i nomi. Quei volti li ho sospesi perfetti nella mia mente, quando penso alla montagnola o al portico di Sapienza. Allora impariamo tutto e vediamo quel che non c’è più. Quanti sono i volti che come dire il film nella penombra ha smesso di proiettare nella nostra vita e che sono usciti da una scena che non guardiamo più. Per violenta, silente accensione essi spuntano improvvisi dalla lampada come erano allora e anche se li cerchiamo andando verso la Chiesa o i tamburi ora silenziosi delle due grandi bande non suonano più, non passano dalla strada con la nostra età.

Non ci sfuggiva nulla, ma meno a lui. Ricordo, quando guardo Roberto chiudendo gli occhi, le sue ciglia lunghe, quel guardare il grano e girarsi improvviso a sorridere. La trasparenza degli occhi puntava al cielo, sapeva il dolore salato della libertà e l’acuto dolore inferto alla farfalla era lo spillone che puntava alla gola del male che tramava contra la nostra gioventù. In fondo era come davvero ci fossimo cari, la forza del legame più duro del tralcio elastico del salice che non piangeva. Il mondo era da non molto uscito dalla scucirsi degli uomini e la terra era inquinata dagli acidi che portavano i tumori alle donne forti e fragili e curvano gli uomini pentiti. Era ancora una guerra di strade sterrate sporche, di ruggini, tutte cose della guerra, coperte grigie e beige militari contro la luna di un agosto che urlava di cicale.

Eravamo la gioventù artigliata a strisciare fra mimose e bisce, che lui prendeva in mano.

La collina dei conigli a casa sua era chiusa in un castello. Era il castello degli orrori boni, galli a schiere violente in pollai contenuti in stanze di legno montate su sequele di piani verso l’alto partendo dalla vigna senza sostegni di cemento. Erano gabinetti intervallati da antri di cataste rovesciate con sterminate gabbie e reti di conigli che portavamo via a giocare, tolti alla bambagia. Quanto erano indifesi i cani che latravano in questa baracca alta dieci metri e lunga venti che costituiva il castello adagiato sul confine fra le vigne di mio nonno la strada vicinale e la sua piccola vigna. Ora la guardo,  deserto mio orto. Volavano i colombi nel fragore delle api, che catturavamo in silenzio con rapide mani. Era il luogo delle urla di Renzo, della mani di Giuanén, di Leta. Claudio ci stava poco, non lavorava mica, ma a volte lo aspettavo quando doveva lavorare. Diverso è il bene di chi si entra veloce nella vita coi suoi amici e canta per non lasciare nulla di non fatto. Un bene ignoto di cui non può parlare nessuno perché per forza va dimenticato, non è traducibile nella gioventù e la memoria è il vecchio debole che ricorda male. Ora cogli anni credo che Euridice non posso lasciare gli inferi perché Orfeo non ha più la sua stessa età: lei è restata giovane, per questo non può non guardarla.

Ci sono cose che sappiamo ancora solo noi di come erano i nostri nonni, io e Claudio. Ci sono tempi che ci vivi dentro e non li puoi giudicare. Allora nessuno era migliore o peggiore perché tutti sceglievano di fare il massimo con le mani che avevano, mentre invece sbagliando si pensa che non lo fossero perché non sapevano giudicare.

Ma ora mi viene incontro Maurizio e stiamo entrando a casa sua per guidare la sua Topolino.

  1. La topolino, la scoperta.

Quando non si può cambiare il mondo lo si piega e ora, che una piccola lacerazione domestica mi trattiene per qualche giorno lontano, proietto la mia mente su quella cima della strada, appena sopra la strada di Murisciu, sotto la casa d’angolo di Marì, di fronte alla piccola villa della sorella di mia bisnonna Marianina. Oggi c’è il sole e quel giorno il sole intenso della primavera che s’inoltra il mattino profumava di fosforo da mare. Per capire per me oggi, devo pensare a quel modo fortunato dell’essere che l’unico modo di raddoppiarsi insieme. Nulla è garantito perché si parte da diversità ma i luoghi possibili per l’amicizia sono l’eguaglianza tenace per parlare. Questo può accadere solo in amore, gioventù e guerra.

Appena scendevate nella stradina, in realtà a sinistra, c’era sempre stata la casa del militare. Però i militari erano stati tanti in vari tempi nella casa, dal nonno, al prozio, al padre lui sì Ufficiale, di Renzo e Maria; voleva far partire mio nonno volontario in Russia, ma lui si staccò i denti per non lasciare la famiglia, dopo le campagne in Jugoslavia e Grecia già fatte ma che gli erano (pare) piaciute. Una bella testa invidiata nel paese, per i maligni forse si era fatto una altra famiglia durante la permanenza in guerra prima di tornare. Certo, stava bene in magazzino da cui arrivavano in guerra a mia madre viveri postali e magari qualche volta lui, se aveva battuto, bleffando a carte, l’ufficiale che comandava. Una notte d’estate senza luna, con un suo amico avvisato per lettera militare, arrivato con le scarpe foderate nel silenzio, costruì il muro (ora abbattuto) della sala invasa dai partigiani che venivano non voluti a ballare (in alto si vedono le tracce lasciate nella sala della Soul’s House). Con Claudio però di questa storia non si parlava, c’era l’attenzione, il timore reverenziale per la bella casa con Pavoni e giardinieri, Erminia che salutava raffinata.

Della Casa Oldano e Marì, bellissima coi suoi capelli grigi, parlerò con Claudio prima di tirare fuori i ricordi. Eravamo diversi, suo padre era gentile e rispettoso con mio padre, uomo buono ma con la sua grande allegra austerità di Magistrato che incuteva simpatia e fraternità. Di questo si sentiva l’ascendente, mentre invece era lui Claudio a sapere di più, di fronte alla mia conoscenza distratta e potenziale, un po’ addormentato di città. Lui invece era di quartiere popolare con un fratello piccolo e uno grande. Anche i suoi nonni non guidavano, parlavano a fatica la lingua, vestivano in blu come nel secolo precedente. Erano di una classe più povera e suo nonno dormiva in un buco gettato sul giaciglio. Negli anni, quando ho comperato quella casa che loro avevano venduto a suo tempo al cugino “dentista” di mia madre, ho sentito la magia del luogo e ho annusato di nascosto il ricordo di un antro in cui per timore raramente mi affacciavo prima della fine degli anni sessanta.

Di queste diversità ne facevamo fosforo per vivere e respirare e insieme trovavamo la agilità per arrampicarci e sostenere la voglia di costruire insieme nella gioventù. L’amicizia non era necessaria perché avevamo da lavorare, studiare, meno lui; sognare un’ altra vita. E allora la Topolino di Maurizio ogni tanto la spingevamo nella salita sterrata della nostra piccola via, poi ampliata quando mio nonno tagliò via una parte della base del Bricco, fu più grande dei carri. Coi leggeri colpi il guidatore e qualche salto prendeva l’abbrivio e finalmente usciva sulla Via Corte. Si scendeva alla tettoia che faceva ricovero, da una ripida scalinata in ferro che aboliva il dislivello della strada, perché più a valle di qualche metro l’uscita non poteva usare per passare. Più tardi la vedevamo misteriosa, ferma in silenzio e vorrei chiedere a Rino, ma quanta distrazione. Come se da quando il padre di Renzo vendette la casa, non sapessi più le cose nel loro ricoprirsi di una polvere chiara e pesante. Anche Rino non trovai più e dire che era amico di mio padre, non ricordo se anche cacciatore. Ma cosa io ricordo. Non so la Topolina quando se ne sia andata, se sia ancora lì, a fianco; forse ci eravamo stati all’imbocco chissà, dell’imbocco di una galleria che andava al centro della terra. Mi dicono che dalla grotta del presepe perenne ora si spinga, si apra una porta e sotto il tufo di monte, si trovi quella galleria lastricata d’acqua.

Invece in una giornata fresca di luglio, era transitata a giocare Sapienza, più piccolo suo fratello, figli del Dottore geniale e originale che poi vendette la sera tutto a causa di una poesia. Claudio era eccitato, era più grande. E’ ancora viva e bellissima e allora nei suoi capelli corti era invasa dal sole che li trasformava in cotone in fuoco, con le spalle alla valle, proprio qui davanti, sotto un tiglio andato qualche anno fa a fare ombra altrove. Claudio la persuase a giocare al dottore dietro le piante e mentre ci accingevamo, discreti senza guardare, alla visita col nostro fare da esperti, lei si cambiava nel vano protetto da sguardi che due secoli creavano, sotto il grande olmo a fianco, una balconata sul mare. Quando fu pronta, Claudio si dileguò con nelle mani di corsa tutti i suoi vestiti colorati, veloce come il lampo che batte le strade.

Ristetti e lei prese la corsa come una lepre rosa e come un raggio a casa tornò, senza paura. Il paese rideva sotto i baffi forse, ma per piacere.

Erano forse i primi suoni acuti dell’amore a costituire quella musica silenziosa della parità, dove lo scherzo non dà dolore e dove la piccola guerra di un piccolo uomo lo porta a sapere che da solo non si alza mai per fare la lunga strada.

  1. Il carro e la Pazienza figlia del dutur, la casa sul mare.

Erano gli araldi, i bucanieri e i fiori fino a che non dovevi lavorare. Erano tutti vigneti come vedi, ora non più. O Partire presto a mezzo pomeriggio per la Città. I giorni si aprivano ad arco e in buona parte scendevo col carro, a volte che mi faceva guidare. Ricordo i LLOOOUUOO di frenata e i NAAANN di ripartita. Avevi non so quale vigna da lavorare o aiutare molti giorni e allora ci si separava. Guardavo il cielo come nei films ora disusati, respirare l’erba meliga appena falciata per i conigli e il senso di mistero di Ettore, il bimbo più grande che forse se pazientavo arrivava a giocare. Questa zona nella mente era mia, la piazza col pozzo a Val Romaldo circolare. La casa di Diego, la sua tromba, l’altro fresco e l’acquetta a bere, dietro il villaggio già in parte diruto. Anche nel linguaggio il mio era uno spazio ampio, potevo tirare le frasi come il maestro, con te ero più diretto e breve. In questi spazi i nonni erano abbassati col foulard o la cappellina sulle linee alte del filare, che solo a Montaldo era la  Filera della Zia (alla torinese) Jolanda. Seduto all’ombra col cappello marinaro, di taglio il sole sulla banca, nel silenzio delle ore, eravamo diseguali, nelle cose da fare. Lavoravo di lena in quella campagna devastante sotto la linea delle onde elettriche, dove ora non prende il cellulare. Si allagavano i campi dei rombi fragorosi dei tac-pum, delle teste calde o dei ragli costanti e lunghi dei Fiat arancioni che trebbiavano i fanghi delle strade di fondo a incroci fra i Rii. La polvere lontana andava a sventarsi sfondando le alberate poste al fresco del nord delle controvalli comprate a poco. Ricordo mio nonno trionfale che annunciava la sua collina a fianco della vigna ora abusata, di noci e spogli di tartufai inonesti. Scaldava vedere quei grandi sacchi a Zeta di zucchero in grumi che non riuscivo a spostare, nel tempo che tracimava di gran turco che si trebbiava nel pomeriggio.

Venivi a atterrarti, a sfogliare, nell’ aia, le spighe che restavano in pace vicino al mostro che sferragliava al centro. Non erano campi grandi ma tu eri di città, tuo padre faceva tre lavori e moriva nel sonno di un minuto di riposo, che lo trasaliva. I cani, la caccia sorvegliata più che passionata, i tram che guidava burbero nelle mattina di questa prua europea di Città. In definitiva arrivavi e certi giorni, tutti quanti, montavamo le nostre famiglie con le nostre spose. Conquistavi rapidamente la moglie e tuoi cugini in adozione: vestita questa volta, la figlia del dottore che faceva i campi nudisti e mandava via i finti malati dalla mutua di Torino. Che faceva le operazioni su di sé e la macchina per guarire il tumore, salvava mio nonno dalle punture del martlet giganti, col tanto bere.

Ora penso col sorriso al fratello di questa bella cugina, simpatico che mi da’ del matto lui e non va mai al cimitero del paese da suo padre. Invece noi due, Claudio queste cose qui le sentivamo nelle ossa e nel cuore, che gonfiavi nel canto e eri un dio, a detta di tua Mamma.

A volte -e sto divagando ora- entravamo a tuffo nelle feste di Attila piccolino, da cui ho iniziato a volare sulla bicicletta. Ma prima sua mamma con quel frigorifero meraviglia, rosso ci portava via con quei gialli, verdi ghiaccioli che facevano felicità . Ho in vista ora nelle casa più bella il suo libro in cui Satana si riscattava. Spunti, punti di felicità dove la sera, la sera cadeva a spaccarsi fra l’altra valle, la piccola strada e il tramonto sulla lontananza verso Asti. Ora a fianco di quella casa vedo sfilarsi i bricchi con la villa di Guarino che costituì il crocicchio che mi creò, nel ‘55. Ma per non divagare, ti riporto, tu davanti su quello che non era mai il tuo mare, dove non andavi, forse. O forse sì, in Colonia non so. E’ tempo che non mi scrivi più, ma tu ti ho nel fotogramma accanto alla nostra ammiraglia sul Tanaro, nel fuoco di sole con Malu (l’infallibile tiratore, di vigna, caccia. E vino che spillava, bontà alla sua anima buona.

Allora costruivamo con tutta questa squadra, qualche volta Tiziano, la corazzata su una costa crollata dal bricco di dietro, a sinistra da chi ora esce dalla vetrata nuova sul retro della Soul’s House. Facevi l’indiano che urlava, la nave che arrembava, nella casa con porte e tende. Le ragazze andavano e venivano, avanti e indietro nella stanza di Gerusalemme. Il fuoco sorgeva e spillava i mattoni, l’olio friggeva. Era solo allora con le mie cugine, l’arrivo di Sergio che è qui ancora.

  1. Lo zampillo, la frontiére.

Ora mi viene in mente tu che partivi sul cortile, su cui ora riesco che scende la sera. Dove i quadri freschi sono investiti dall’ aria che apre la primavera, la luce entra e suona. Da sotto sale la voce di Edoardo. E allora, come la scatola dei bottoni di mia madre, prendo il filo e il rosso di una controsera mi porta a scendere con te le scale. -Fai silenzio SZZhhh, mio nonnooo, ci può sentire.

Allora già ero goloso e nel fresco dell’afa che a piombo cadeva, i nonni in vigna lontano. Nel silenzio e respiro nella fragranza di primavera, il vino maturo. Zampilla, togli la cera appoggiata, sbotta il nottolino.

Tu sei un lampo e ti chini, che la goccia non cada. Tremiamo, non riesce il martelletto a tappare la cera, zampilla rosso rubino il vino. Claudio hai le spalle sul tufo curvo, le sei vascelle grandi girano, quindicimila litri di vino. La tua testa gira, si volta in sorriso e io che coi brevi sorsi trattenuti ti do’ la mano, do’ una mano. L’alcool ci frastorna e ora che non ti ho più visto -il nonno arriva forse e non sa- è da tanto e molto un tempo nuovo. Ma che ridere, Claudio che beveva e beveva, per non macchiare di rosso il pavimento (ora a Taverna) davanti alla Botte Grande col gesso mio che disegnavo Parigi. E rideva,  rideva. Il vino zampillava e non cadeva, la gola allagava.

Le cose belle succedono per dovere ma sempre a caso. Non sempre la necessità fa virtù. Non le note lunghe plano piano ma la gioventù si rinnova fra gli stessi fiori. A volte -penso a allora- vivi una regola, si dimenticano di te. Forse il tempo emigra via, cresce l’erba nei cortili. Quanti passi in quel cortile, più di dodici ora, quanti anni in quel cortile. Giochi davvero senza frontiere: con mia sorellina, le cugine, nell’ aia ripresa dalla luna, chiamavamo qualche ragazzino forestiero della “Chiesa” (praticamente il quartiere centro di questa piccola Città) , Nadia e Marina. Era sempre lui a tuffarsi. Ostacoli e salti, Tinozze e acqua; settimane e percorsi, le bilie grandi colorate leggere.

Una parola da dentro, quando non nutriamo i ricordi, resta in genere silenziosa e ci dimentichiamo. Ricordo una parete bianca, di libri bel ritagliati quasi all’ inizio della mia professione. Era ancora lungo l’andare e da allora è passata ancora la sua età. Ora che si lamentano degli aghi, nessuno parla dei vapori della casa, che non si ascolta più. Quando solo l’acqua ha memoria, in paese ti salutano appena. Ma non che Marcello che aiutava Badlot non sia ricordato, solo se ne è andato.

Tutte le volte che salgo verso la cima della strada ricordo la lettera di Claudio, ordinata e con solo la richiesta di un favore, alla sua età. A intrudere il silenzio.

 

 

ANNA SPISSU E LA SUA CASA

 

Anna Spissu, ospite a Monferrato Scrive, è una bravissima poetessa di origini liguri e sarde. Con il suo libro “L’amore imperfettibile” ha ricevuto la Segnalazione d’Onore del Premio Firenze 2010.

“La mia casa” 

Certi giorni la mia casa è fatta d’aria
per questo la porto con me facilmente.
La casa di una donna è una specie di tempio illuminato
questo è un tipico pensiero maschile
ma ho perso così tante cose nella vita
che so con certezza
di non possedere più nulla.
Potrei essere niente altro che un animale selvatico
e come tale mi basterebbe pochissimo,
un buco in un albero, una tana nella terra
per le volte che ho freddo, che faccio l’amore
o partorisco dei figli.
Quando apro la porta della mia casa
ci sono volte che la vedo volare e svanire
pezzo per pezzo, fogli, tappeti, ninnoli
cose necessarie e cose inutili
tutte per aria, in un mulinello di vento
e nuvole chiare
in quell’ora del mattino
che sveglia gli uccelli e spalanca le rose.
Però quando vieni tu possiedi un fiato magico
o forse sono io che respiro
e l’aria ritorna e il cielo si piega
e allora apparecchio il tempio